Nel dibattito pubblico l’esitazione vaccinale viene spesso raccontata come un fenomeno “di nicchia”, legato a gruppi piccoli ma rumorosi. Un nuovo studio pubblicato su The Lancet Regional Health – Europe propone invece una fotografia molto più ampia: in Italia la prevalenza di esitazione vaccinale tra gli adulti è stimata al 46,09%. È un numero che non va letto come “rifiuto totale dei vaccini” (che è un comportamento diverso e più estremo), ma come area di incertezza, ambivalenza o diffidenza che può tradursi in adesioni selettive, ritardi o scelte intermittenti lungo il corso di vita.
Gli autori e l’impianto dello studio
Il lavoro, firmato da Giuseppina Lo Moro e Fabrizio Bert (co–primi autori), con Giovanna Elisa Calabrò, Mauro Giovanni Carta, Giulia Cossu, Corrado De Vito, Manuela Martella, Azzurra Massimi, Anna Odone, Paolo Ragusa, Giacomo Pietro Vigezzi, Walter Ricciardi e Roberta Siliquini, utilizza una survey trasversale condotta tra settembre 2024 e marzo 2025 con modalità web/telefonica. Il campione è molto ampio (n = 52.094) e costruito per essere nazionalmente rappresentativo per età, genere, istruzione, area geografica e dimensione del comune, con pesi di post-stratificazione (età, area, dimensione del comune) per allineare ulteriormente le stime alla popolazione.
Come viene misurata l’esitazione vaccinale (e perché conta)
L’esito principale è definito attraverso la adult Vaccine Hesitancy Scale (aVHS): nello studio viene considerata “vaccine hesitancy” una soglia di punteggio ≥ 25. Un punto metodologico importante è che gli autori non trattano l’esitazione come un blocco unico: oltre all’esito “complessivo”, analizzano due dimensioni della scala—“Lack of trust” (sfiducia) e “Risk perception” (percezione del rischio)—per capire se i pattern cambiano a seconda del “motore” dell’esitazione. Questa distinzione è cruciale, perché interventi efficaci su chi “teme il rischio” non sono necessariamente efficaci su chi “non si fida”.
Il risultato chiave: 46,09% di esitazione vaccinale negli adulti
La stima di prevalenza è 46,09% (IC 95%: 45,65–46,53). Il valore, di per sé, suggerisce che l’esitazione non sia un tema marginale: riguarda una porzione consistente di popolazione adulta e, potenzialmente, può impattare sia le vaccinazioni stagionali sia quelle raccomandate per età e condizioni di rischio.
Quali gruppi risultano più esposti (e cosa significa “più esposti”)
Per andare oltre la media nazionale, lo studio usa modelli multivariati e riporta differenze tra sottogruppi anche in termini di predicted probability (PP), cioè una stima della probabilità “attesa” di esitazione a parità di altre condizioni nel modello. Fra le associazioni considerate compaiono variabili socio-demografiche e culturali (ad esempio genere, orientamento sessuale, etnia, health literacy, orientamento politico e religioso), oltre a esperienze personali e al supporto pro-vaccini percepito nel contesto sociale.
Gli autori evidenziano che, tra i molti sottogruppi risultati significativi (dopo correzione per confronti multipli), alcune differenze sono particolarmente marcate: ad esempio fra chi dichiara uso di medicina complementare/alternativa (PP 58,5%), tra persone con orientamento politico a destra (PP 47,0%) o politicamente non affiliate (PP 48,4%), tra chi ha licenza media (PP 48,3%), nella fascia 60–74 anni (PP 49,0%), e tra chi è incerto sul fatto che gli operatori sanitari siano pro-vaccinazione (PP 52,8%).
Due esitazioni diverse: “rischio” vs “sfiducia”
La parte più “operativa” (e forse più utile per chi fa prevenzione) sta proprio nel confronto tra dimensioni. Alcuni gruppi—gli autori citano, per esempio, persone con condizioni croniche, con health literacy inadeguata o partecipanti religiosi—tendono a riportare maggiore percezione del rischio. In altri casi, invece, il profilo è più spostato sulla sfiducia: viene menzionato, come esempio, il sottogruppo dei rispondenti non-binary, che mostra più elevato “lack of trust”. Questa distinzione suggerisce che la stessa etichetta (“esitazione”) possa nascondere bisogni comunicativi e leve di engagement molto diversi.
Interpretazione: perché gli autori insistono su “dati granulari”
Nell’interpretazione, Lo Moro e colleghi sostengono che per costruire strategie realmente inclusive servano dati capaci di identificare segmenti a rischio e soprattutto le ragioni dell’esitazione. In questo quadro, due elementi emergono come rilevanti e meritevoli di ulteriori approfondimenti: il ruolo delle figure chiave di comunità (che possono sostenere o indebolire la fiducia) e la dimensione politica, che nello studio appare associata e non può essere liquidata come rumore di fondo.
Limiti (tecnici) da non dimenticare
Come ogni studio cross-sectional, anche questo descrive associazioni “in un momento” e non può dimostrare causalità (non dice che un fattore “causa” esitazione). Inoltre, essendo basato su una survey, misura atteggiamenti dichiarati e può risentire di bias di risposta. Ciò non toglie robustezza alla stima descrittiva principale—campione ampio, disegno rappresentativo e pesi—ma invita a leggere i risultati come base per interventi e studi successivi, più che come verdetti definitivi.
