La fiducia non è un effetto automatico delle raccomandazioni, ma una condizione da costruire nel tempo
Nel dibattito pubblico europeo la vaccine hesitancy è stata spesso descritta quasi esclusivamente come un problema dei genitori. Negli ultimi anni, però, è emersa una questione diversa e forse ancora più sottovalutata: la difficoltà di mantenere alta l’adesione vaccinale negli adulti, soprattutto dopo l’enorme sovraccarico comunicativo, organizzativo ed emotivo prodotto dalla pandemia. Le fonti dell’OMS non usano sempre la stessa etichetta, ma il quadro è coerente: la fiducia nei vaccini non è un dato acquisito, e il rapporto tra persone, professionisti e sistema sanitario va continuamente alimentato. Nel documento “Vaccination and trust”, l’OMS spiega che la fiducia dipende da fattori psicologici, relazionali e comunicativi e che le preoccupazioni non si gestiscono con formule standard, ma con strategie dedicate.
Questo punto è tornato con forza nelle campagne 2026 sull’immunizzazione. Sia la World Immunization Week sia la Settimana europea della vaccinazione insistono sul bisogno di costruire fiducia, condividere informazioni accurate e accompagnare le persone verso decisioni informate. La Regione europea dell’OMS ha scelto di sottolineare in particolare il ruolo degli operatori sanitari nel dialogo “chiaro e compassionevole” con cittadini e famiglie esitanti. È un’indicazione che ha valore generale, ma che pesa ancora di più nel rapporto con l’adulto, cioè con una popolazione che spesso non si percepisce come target prioritario della prevenzione vaccinale fino a quando non interviene una fragilità, una patologia o l’età avanzata.
I dati internazionali confermano che la posta in gioco è alta. Nel 2025 WHO Europe ha avvertito che nella Regione oltre mezzo milione di bambini ogni anno manca le immunizzazioni di routine, mentre sul piano globale OMS e UNICEF hanno ricordato che nel 2024 quasi 20 milioni di bambini hanno saltato almeno una dose di vaccino contenente DTP e 14,3 milioni sono rimasti completamente non vaccinati. Questi numeri non descrivono direttamente l’adulto, ma segnalano un clima più ampio: quando la fiducia si indebolisce o la stanchezza vaccinale cresce, il problema non resta confinato a una sola fascia d’età, ma si distribuisce lungo tutto il corso della vita.
La prospettiva più utile è allora smettere di leggere la cosiddetta “fatigue” come semplice disaffezione. Si tratta piuttosto di una frattura tra offerta vaccinale e motivazione delle persone. Per questo la risposta non può essere solo comunicativa in senso stretto. Serve una proposta più leggibile, più vicina, più stabile nel tempo. Serve soprattutto un linguaggio che parli all’adulto di protezione della salute, mantenimento dell’autonomia, riduzione delle complicanze e fiducia nel professionista di riferimento. È su questo terreno che si misurerà una parte importante della prevenzione dei prossimi anni: rendere l’adesione vaccinale dell’adulto non un comportamento residuale o emergenziale, ma una componente ordinaria della cultura della salute.
Riferimenti e bibliografia
- WHO – Vaccination and trust
- WHO/Europe – Vaccination and trust: how concerns arise and the role of communication in mitigating crises
- WHO – World Immunization Week 2026
- WHO/Europe – European Immunization Week 2026
- WHO/Europe – Statement: No health security without immunization
- WHO/UNICEF – Global childhood vaccination coverage holds steady, yet over 14 million infants remain unvaccinated
- WHO/Europe – The European Immunization Agenda 2030
